mercoledì 11 marzo 2015

L'ultimo articolo di Filippo Tucci (2/3/2015)

Ho finito di leggere (e rileggere) il libro di Santo Gioffrè "il Gran Capitano e il mistero della Madonna Nera". Ecco il mio commento:
E’ un tuffo all’indietro nel tempo quello che ci propone lo scrittore calabrese Santo Gioffrè nel suo ultimo romanzo: “Il Gran Capitano e il mistero della Madonna Nera”. Gli eventi su cui si impernia la trama del libro sono compresi tra la fine del 1400 e i primi anni del 1500 e si svolgono principalmente nella città di Seminara, sullo sfondo delle tumultuose vicende che in quel periodo hanno insanguinato l’intero Regno di Napoli. Giganteggia la figura dello spagnolo don Consalvo de Cordoba, comandante delle truppe spagnole. La narrazione prende le mosse dalla prima battaglia, svoltasi nel 1495, avvenuta nei pressi di Seminara e nella quale don Consalvo de Cordoba ne uscì sconfitto. Riuscì a salvarsi la vita, grazie all’aiuto prestatogli da una bella signora locale. Dopo quest’avvio non proprio brillante, allo stesso don Consalvo arrideranno tanti successi militari che gli porteranno gloria e fama fino a farlo diventare duca di Terranova-Gerace e Vicerè del Regno di Napoli. Il personaggio certo giganteggia non solo per “il mestiere delle armi” (nel quale è stato imbattibile), ma anche perché usciva dagli schemi correnti di quell’epoca, perché era propenso a gesti di magnanimità e non si abbandonò mai ad atti di gratuita violenza ed atrocità. Si sentiva ” Romano” e doveva piacergli l’antico motto Parcere subiectis et debellare superbos, anche se non riuscì a debellare del tutto i baroni superbi ed endemicamente intriganti. Era dotato inoltre di una religiosità intima e sincera che lo legò indissolubilmente alla sacra Madonna Nera di Seminara. Nel racconto si scoprono le varie sfaccettature di Consalvo de Cordoba che accarezzò perfino l’idea di divenire Re, riconoscendo a se stesso questo diritto per avere, lui e la sua armata, conquistato il Regno di Napoli. Quest’ambizione in realtà rimase allo stato puramente teorico e, vista la situazione storica dell’epoca, non aveva oggettivamente nessuna possibilità di diventare concreta. Le grandi potenze del tempo e soprattutto il suo Re Ferdinando non lo avrebbero mai tollerato. Avrebbe avuto contro anche lo Stato della Chiesa di Papa Borgia, il cui figlio Cesare non andava molto per il sottile con i suoi nemici ed era impegnato a realizzare uno Stato Borgiano che avrebbe dovuto comprendere la gran parte d’Italia, senza contare infine l’avversità dei vecchi feudatari. Sì, forse sentiva attorno a se un diffuso consenso popolare, dovuto al suo essere diverso rispetto agli altri conquistatori, ma non era ancora giunto il tempo in cui i sudditi avrebbero potuto esprimersi sui propri Re. Il fluire leggero e accattivante di questo romanzo di Santo Gioffrè, sorretto da una trama intrigante, non tragga il lettore in inganno; vi sono dei messaggi “criptati” che, se recepiti, sono di un’attualità estrema. Intanto è singolare (ma non troppo) che lungo la vallata del fiume Petrace, teatro di cruente battaglie, non esista una targa, una segnaletica, un cippo che ricordi tali eventi. Allora come oggi, la nostra ancestrale indolenza ci tiene ai margini degli eventi. Potrebbero sembrare cose che non ci riguardano e invece sono parte integrante della nostra storia. Poi a pensarci bene, per la Calabria e per la nostra Piana cos’è cambiato in questi cinquecento e rotti anni? Sono passati i Borboni, i francesi di Gioacchino Murat, i mille di Garibaldi, i Savoia. Ora siamo un popolo sovrano in una Repubblica democratica a suffragio universale, incapaci, però, di essere arbitri del nostro destino. In questo senso ancora una volta la storia è maestra di vita, per cui diventa più pregevole, l’opera di Santo Gioffrè. C’è solo da sperare che qualcuno ne comprenda anche il valore pedagogico e doti le biblioteche scolastiche calabresi di questo ottimo volume.  FILIPPO TUCCI

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