giovedì 18 febbraio 2016

Messignadi e le origini del culto di San Vincenzo Ferreri (di Massimo Caruso)

Nel febbraio dell'anno 1783 la Calabria tutta fu sconvolta da un tremendo terremoto che provocò distruzioni enormi e lutti immani. Anche tutta la Sicilia orientale fu interessata dallo stesso sismo, iniziatosi alle ore 12,45 del 5 febbraio 1783 e durato con una serie intervallata di circa 150 repliche fino al marzo successivo, ma i danni subiti dalla Calabria furono senz'altro maggiori e per quanto riguarda le perdite di vite umane e per quanto riguarda i danni materiali. L'epicentro del detto sismo fu localizzato nella Piana di Palmi (come allora era chiamata la Piana di Gioia) e più precisamente in territorio della città di Terranova, da non confondersi tuttavia con quello odierno e che comprendeva secondo il LA ROSA "tutta l'ampia zona racchiusa tra il Marro-Petrace ed il Vocale e si estendeva, sul lato marino, dalle vicinanze di Gioia all'agro di Rosarno e dall'altro lato giungeva fino alla cresta della Montagna". La stessa orografia della regione e lo stato dei luoghi furono letteralmente sconvolti e numerosi centri abitati già allora fiorenti per le attività agricole, commerciali, artigianali -si pensi tra l'altro alla fiorente attività della gelsicoltura che occupava un ruolo non di secondo piano nell'economia sia pure modesta della regione- furono completamente distrutti. Oppido, Terranova, Tresilico, Molochio, Seminara, Polistena - solo per citare le località ed i centri circumvicini più noti - furono letteralmente rasi al suolo dalla furia devastatrice del sismo con la conseguente enorme perdita di vite umane. Secondo le approssimative statistiche dell'epoca risultanti dalle inchieste avviate dalle autorità o, per lo più, redatte da privati osservatori e studiosi, si registrarono in tutta la Calabria più di 48.000 vittime. Sorte non meno triste ebbe Messignadi che fu pur essa completamente devastata dalle fondamenta. Anzi in proporzione al numero dei suoi abitanti grave fu senz'altro il tributo di sangue che la cittadina versò se si pensa che Messignadi contò 241 morti; Molochio 600; Oppido 1198; Varapodio 497; Tresilico 310; Castellace 115; Seminara 1370; Terranova 1458. Reggio Calabria contò solamente 119 morti mentre ingenti furono i danni materiali apportati al suo patrimonio edilizio. Messignadi, collocata nell'ambito della giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Oppido, all'epoca contava, all'incirca, una popolazione di circa 700 anime ed era un grosso borgo rurale e centro dedito ad attività agricole nonché a quelle artigianali, mentre non era trascurata quella silvo-pastorale ed era fornita di un nucleo abitato di una qual certa consistenza. Già ai primi del 1800, a sette anni cioè della grave tragedia, si contavano circa 450 abitanti come attesta il GIUSTINIANI nel suo "Dizionario Ragionato del Regno di Napoli" pubblicato a Napoli nel 1803. Di Messignadi che talvolta viene indicata col termine Misignadi o Mesignadi si conserva memoria storica sin dal XIV secolo comparendo il suo nome già allora nella documentazione ufficiale degli atti della Curia Vescovile di Oppido di cui verosilmilmente agli inizi fu feudo e casale. Se ne conserva traccia sicura in un documento del XVI secolo in cui il toponimo appare reso nella sua forma francesizzata "Misignade". Purtroppo di poco ausilio sono i libri parrocchiali perché gli stessi si riferiscono ad atti ed avvenimenti risalenti al secolo scorso e quindi nulla ci dicono sulla storia più antica di Messignadi. Comunque una qualche ed indubbia rilevanza Messignadi dovette di certo averla se di essa troviamo traccia nello "Atlante di Giovan Battista Homann, stampato a Norimberga nel 1735 dove appare con la dizione Mescignadi e dove, inspiegabilmente, non appaiono centri come Molochio o Varapodio". Incerte al contrario sono le origini del nome e le fonti da cui trae derivazione. Secondo il Rohlfs, lo studioso tedesco che ha dedicato tutta la sua produzione scientifica allo studio del dialetto calabrese, il termine Messignadi, alla maniera di altri costrutti lessicali tardo-greci che si riscontrano nella lingua parlata in alcune regioni della Grecia, avrebbe un carattere patronimico e altro non significherebbe che "feudo, territorio, proprietà appartenente alla famiglia Messineo". Così parimenti alla stessa stregua di Zurgonadio, altro centro viciniore al nostro che, come è noto, nel comune linguaggio dialettale vien detto "Zirgonadi", colla medesima desinenza finale in -adi, significa "feudo, territorio, proprietà appartenente alla famiglia Sorgonà o Zorgonà". E' da ritenersi questa or ora prospettata la spiegazione più plausibile sol se si pensi che la lingua greca "all'inizio del sec. XIV in tutta la regione meridionale della Calabria, da Monteleone a Nicotera, da Gerace ad Oppido continuava ad essere ancora la lingua della maggioranza del popolo ed essa serberà la sua piena validità ancora a lungo in tutta la zona dell'Aspromonte dove si parlerà solo il greco e si seguirà il rito greco per almeno altri due secoli... D'altra parte è noto come nella Diocesi di Oppido, allora unita con la Diocesi di Gerace, il rito greco-bizantino fu abolito nel 1480 dal vescovo Atanasio Calceopilo. In verità però in queste come in altre Diocesi della Calabria, anche se formalmente introdotta la latinizzazione buona parte del clero e del popolo seguiva il rito greco". Al di là di questi generalissimi cenni descrittivi si deve ricordare come Messignadi ebbe a subire la stessa sorte degli altri centri di cui si diceva prima e fu completamente distrutta dal sismo del febbraio-marzo 1783. Il centro abitato che allora sorgeva in contrada San Sebastiano nei pressi della località ove attualmente sorge il Calvario, fu ricostruito più a monte nel luogo ove presentemente trovasi. Contemporaneamente al centro abitato totale distruzione ebbe il complesso del Convento dei Padri Domenicani dedicato a Santa Maria della Palomba che sorgeva in agro di Messignadi, poco discosto dal centro abitato, e precisamente in località Filesi della contrada Spilinga su quell'altura prospiciente l'odierno abitato della nuova Oppido Mamertina. Secondo una consolidata tradizione orale l'anno susseguente al "gran flagello" -tale fu infatti dai contemporanei definito, per la immanità delle distruzioni operate il terremoto del 1783- alcuni contadini di Messignadi casualmente lavorando nei pressi del distrutto Convento rinvenivano l'antica statua raffigurante San Vincenzo Ferreri che in precedenza era collocata nella Chiesa del Convento custodita dai Padri dello stesso Ordine domenicano cui il Santo apparteneva. La effigie del Santo che, fra tanta distruzione si era miracolosamente e prodigiosamente tenuta intatta, fu portata dai fedeli messignadesi nella risorta chiesa parrocchiale che trovavasi nel luogo ove attualmente sorge l'odierna piazza Garibaldi. Tale Chiesa parrocchiale, uscita indenne dal nuovo terremoto che il 16-11-1894 colpì la zona di Oppido e della Piana, fu nuovamente distrutta dal più tremendo terremoto del 1908 durante il quale secondo il MERCALLI, nel triangolo compreso tra Oppido, Castellace e Messignadi perirono nel complesso 21 persone di cui 5 nel comune capoluogo e 16 tra Castellace e Messignadi, mentre i feriti furono 100 in Oppido e 134 tra le due frazioni. Al ricordato ritrovamento fu attribuito dalla pietà -nel senso latino del termine- dei buoni cittadini di Messignadi di allora un significato prodigioso che fu interpretato col particolare favore che il Santo spagnolo, il Santo dei miracoli, riservava alla intera cittadina di Messignadi ed ai suoi abitanti. Da quell'epoca, in commemorazione dell'evento prodigioso, fu presa l'iniziativa di ricordare ogni anno il Santo patrono attribuendogli gli onori e la devozione al medesimo confacenti. In questo anno 1984 ricorrendo il secondo centenario dello storico ritrovamento della Statua del Santo, recentemente restaurata, il Comitato organizzatore dei festeggiamenti in onore di San Vincenzo Ferreri ha voluto unire all'annuale ricorrenza il ricordo dello storico avvenimento organizzando un triduo di particolari e significative cerimonie per degnamente ricordare l'evento. Le manifestazioni svoltesi si affidano alla memoria ed al ricordo di quanti si sentano, in una maniera o nell'altra, legati alla nostra Messignadi con la certezza che dal seme gettato le nuove generazioni possano trovare valido sostentamento nella perpetuazione delle tradizioni e delle civili costumanze dei nostri padri e della nostra amata Terra.  MASSIMO CARUSO 1984