venerdì 10 giugno 2011

L'uomo che sparò alla luna

Storia  ed eventi messignadesi
UN MISTERO LUNGO 121 ANNI - 3

Come era prevedibile, la “pioggia di sangue” fece nascere delle leg-
gende, tramandate  fino a noi dai racconti degli “anziani”. Il testo che
segue è la rielaborazione di un racconto riferito da Santo Condello,
nato nel 1895, nipote del protagonista della storia.
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                          L’UOMO CHE SPARO’ ALLA LUNA
                           rielaborazione a cura di Filippo Tucci
      
La  fiumara della serra era un piccolo paradiso terrestre: la terra pro-
duceva ogni bendiddio. Frutta, verdure, ortaggi  crescevano rigogliosi
nelle angre, sulle sponde del torrente. Il pianoro sovrastante, alle pen-
dici dell’Aspromonte, era il regno della pastorizia con mandrie di peco-
re e di capre,vaganti  liberamente nei prati. Li c’erano le vigne con i
palmenti per  fare il vino, mentre su in montagna, ‘nto chijanu i Puz-
zonaru , si piantavano le patate e si facevano le fosse per il carbone.
Ogni  mattino c’era il latte fresco e le ricotte che venivano servite sulle
felci. Le uova, i polli, i satizzi e i supprizzati non mancavano mai sul-
la buffetta ed anche al pane si provvedeva direttamente.
C‘era una tale sovrabbondanza, che tutti i giorni i ragazzi andavano a
vendere i prodotti della loro terra ai viandanti di passaggio sulla strada
Oppido-Terranova o sulla strada Messignadi – Molochio. I soldi che si
racimolavano, facevano molto comodo perché la famiglie erano grandi.
Nulla di strano, quindi, se in quella zona risiedevano stabilmente molti
agricoltori e pastori con le loro numerose famiglie.
Santo, detto u commis, amava quel posto , dove era nato e vissuto, e
non aveva mai pensato di trasferirsi in paese, dove andava solo la do-
menica per la Messa. Lì aveva tutto e non invidiava  certo a chidi chi
 stavano ‘nto paisi. Di sicuro quel piccolo benessere di cui godeva,
doveva sudarselo tutti i giorni, lavorando duro, lui e la sua famiglia,
dall’alba al tramonto.
A sera era  tanta la stanchezza, che  al primo buio, finito di mangiare,
tutti andavano a dormire.  Il vecchio Santo dava l’ultima occhiata per
accertarsi che tutto fosse in ordine, controllava  che a scupetta (un vec-
chio refolo a bacchetta , residuo dell’esercito di re Franceschiello) fos-
se carica. Non lo preoccupavano gli eventuali intrusi o fujuti (in casa
sua c’era sempre un piatto in più, per ospiti inattesi!) ma temeva che
qualche lupo o qualche fajina  potesse fare  strage delle sue galline.
Quella sera di mercoledì 14 maggio, tutto era quieto. Udiva chiaramen-
te lo scorrere della fiumara, appena più sotto, ed in un cielo senza nubi ,
la luna al suo ultimo quarto, aveva cominciato il suo giro tra le stelle.
Si sdraiò sul pagliericcio e si addormentò , anche se il suo sonno abitu-
almente non era molto profondo. Fu più tardi che si svegliò , sentendo i
latrati dei cani. Santo si stiracchiò, si alzò , socchiuse la finestra e diede
una occhiata all’esterno. I cani correvano impazziti nel cortiletto davanti
 casa, abbaiando furiosamente.Uscì fuori, i cani gli vennero incontro qua-
si cercassero protezione. Era chiaro che erano allarmati e tremavano. Guar-
dò in giro, niente di niente,regnava la calma più  assoluta, ma in lontananza
si  udivano i latrati di altri cani. Fece una carezza al suo “bastardo”, gli ordi-
nò : “Ora a cuccia!” e tornò a letto.
Il silenzio durò solo pochi minuti, poi i cani cominciarono a guaire, quasi
una una sorta di lamento. Santo resistette una mezz’oretta, poi si rialzò e,
presa la scupetta, andò a fare un giro di perlustrazione attorno alla casa. 
Niente, non c’era anima viva. I cani intanto si erano placati, anche se conti-
nuavano in uno strano e continuo mugolio. Ritornò a letto. Aveva appena
socchiuso gli occhi, quando il concerto dei cani ricominciò con maggiore
virulenza. A questo punto il buon Santo, perso il residuo di pazienza, uscì
all’aperto gridando : “Briganti o diavulu chi ssì, nesci fora se ndai corag-
gio!”. Non si mosse foglia. I cani, ora se ne rese conto, abbaiavano alla luna,
la testa rivolta in alto, saltando in aria, quasi volessero raggiungerla e  azzan-
narla.
Santo, al colmo dell’esasperazione,  urlò  rivolto alla luna: “Ah si, è curpa
a tua?, e allura tè!” e premette  rabbiosamente il grilletto della scopetta,
puntata verso il cielo. Al rumore dello sparo, come per incanto, i cani torna-
rono mogi e tranquilli. Ora poteva,tornare a dormire, anche se l’alba era
ormai vicina.
Non dormì per molto, però. Nel sonno percepiva una voce “Santu, Santu
risbigghjiativi, calura mia,veniti e viditi chi succediu!”, mentre una mano
lo scuoteva per svegliarlo. Era la moglie, attorniata dai figli,  già svegli.
Sbertu, sbertu, Santu levativi e nesciti fora!), continuava la moglie.
Il povero Santo aprì a fatica gli occhi, si tirò su dal giaciglio e usci fuori.
Era ancora mezzo intontito e all’inizio non riuscì a distinguere  bene, poi
sgranò gli occhi e notò delle chiazze rosse per terra, sul tetto e sulle foglie
degli alberi. Guardò in fondo verso la fiumara e, poi, verso la Scapola : 
era tutto pieno di questo liquido rosso. Provò a bagnare un dito, lo portò
alla bocca, poi disse semplicemente: ”Esti sangu, sangu da luna!”.
Poi si accasciò su una pietra, con la testa fra le mani, cereo in volto e
pronunciò le ultime parole della sua vita : “Chjiamati i Carbineri, fui jeu
chi sparai,  stanotti sparai a luna”. Dopodiché si ammutolì e non disse
più  una parola, per il resto della sua vita.



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